Comunichiamo che la Sede di V. Perotti 15 è aperta al pubblico tutti i martedì e giovedì pomeriggio, dalle 15:00 alle 18:00. Vi aspettiamo!

Il Canto degli Italiani


Il Canto degli Italiani, di Goffredo Mameli e Michele Novaro

La prima strofa

«Fratelli d'Italia
L'Italia s'è desta
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa
Dov'è la Vittoria?!
Le porga la chioma
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.» 

Nel primo verso della prima strofa è contenuto un richiamo al fatto che gli italiani appartengono a un unico popolo e che sono, quindi, «Fratelli d'Italia» Dal primo verso originò poi uno dei nomi con cui è conosciuto il Canto degli Italiani. L'esortazione agli italiani, intesi come "fratelli", a combattere per il proprio Paese si ritrova nel primo verso di molte poesie patriottiche risorgimentali: «Su, figli d'Italia! su, in armi! coraggio!» è infatti l'inizio di All'armi! all'armi! di Giovanni Berchet mentre «Fratelli, all'armi, all'armi!» è il primo verso di All'armi! di Gabriele Rossetti; «Fratelli, sorgete» è invece l'inizio dell'omonimo coro di Giuseppe Giusti. Un canto popolare toscano, attribuito a Francesco Domenico Guerrazzi e inneggiante a papa Pio IX, aveva invece come primo verso «Su, fratelli! D'un Uom la parola».
Nella prima strofa viene anche citato il politico e militare romano Publio Cornelio Scipione (chiamato, nell'inno, col nome latino di Scipio) il quale, sconfiggendo il generale cartaginese Annibale nella battaglia di Zama (18 ottobre 202 a.C.), concluse la seconda guerra punica liberando la penisola italiana dall'esercito cartaginese. Dopo questa battaglia Scipione fu soprannominato "Scipione l'Africano". Secondo Mameli, l'elmo di Scipione è ora indossato metaforicamente dall'Italia («Dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa») pronta a combattere («L'Italia s'è desta», cioè "si è svegliata") per liberarsi dal giogo straniero ed essere di nuovo unita. L'esaltazione retorica della figura di Scipione sarà ripresa durante il fascismo con la produzione cinematografica Scipione l'Africano, uno dei colossal storici del tempo. L'affermazione «l'Italia s'è desta» era già inserita nell'inno nazionale della Repubblica Partenopea del 1799, che venne musicato da Domenico Cimarosa prendendo spunto dagli scritti di Luigi Rossi: «Bella Italia, ormai ti desta / Italiani all'armi, all'armi: / Altra sorte ormai non resta / Che di vincer, o morir».
Sempre nella prima strofa, si fa accenno anche alla dea Vittoria (con la domanda retorica «Dov'è la Vittoria?»), che per lungo tempo è stata strettamente legata all'antica Roma («Ché schiava di Roma») per disegno di Dio («Iddio la creò»), ma che ora si consacra alla nuova Italia porgendole i capelli per farseli tagliare («Le porga la chioma») diventandone così "schiava". Questi versi fanno riferimento all'abitudine delle schiave dell'antica Roma di portare i capelli corti: le donne romane libere, invece, li portavano lunghi. Per quanto riguarda "schiava di Roma", il senso è che l'antica Roma fece, con le sue conquiste, la dea Vittoria "sua schiava". Ora, però, secondo Mameli, la dea Vittoria è pronta a "essere schiava" della nuova Italia nella serie di guerre che sono necessarie per cacciare lo straniero dal suolo nazionale e per unificare il Paese. Con questi versi Mameli, con una tematica cara al Risorgimento, allude quindi al risveglio dell'Italia da un torpore durato secoli, rinascita che è ispirata dalle glorie della Roma antica.

La seconda strofa

«Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi
Perché non siam Popolo,
Perché siam divisi
Raccolgaci un'Unica
Bandiera, una Speme
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò»

All'interno della seconda strofa si fa invece riferimento ad un desiderio: la speranza (chiamata, nell'inno, la "speme") che l'Italia, ancora divisa negli stati preunitari e quindi da secoli spesso trattata come terra di conquista («Noi siamo da secoli / calpesti, derisi, / perché non siam popolo, / perché siam divisi»), si raccolga finalmente sotto un'unica bandiera fondendosi in una sola nazione («Raccolgaci un'unica / Bandiera, una speme: / di fonderci insieme, / già l'ora suonò»). Mameli, nella seconda strofa, sottolinea quindi il motivo della debolezza dell'Italia: le divisioni politiche. 

La terza strofa

«Uniamoci, amiamoci
L'unione e l'amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore
Giuriamo far Libero
Il suolo natio
Uniti, per Dio,
Chi vincer ci può!?»

La terza strofa incita alla ricerca dell'unità nazionale con l'aiuto della Provvidenza e grazie alla partecipazione dell'intero popolo italiano finalmente unito in un intento comune («Uniamoci, amiamoci, / l'Unione, e l'amore, / rivelano ai Popoli / le vie del Signore; / Giuriamo far libero, / il suolo natìo: / Uniti per Dio, / chi vincer ci può?»). L'espressione "per Dio" è un francesismo (fr. "par Dieu"): Mameli intende "da Dio", "da parte di Dio", ovvero con l'aiuto della Provvidenza.
Questi versi riprendono l'idea mazziniana di un popolo unito e coeso che combatte per la propria libertà seguendo il desiderio di Dio. Infatti i motti della Giovine Italia erano proprio «Unione, forza e libertà» e «Dio e popolo». In questi versi è anche riconoscibile l'impronta romantica del contesto storico dell'epoca. 

La quarta strofa

«Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò»

La quarta strofa è ricca di riferimenti a importanti avvenimenti legati alla secolare lotta degli italiani contro il dominatore straniero: citando questi esempi, Mameli vuole infondere coraggio al popolo italiano spingendolo a cercare la rivincita. La quarta strofa inizia con un riferimento alla battaglia di Legnano («Dall'Alpi a Sicilia / dovunque è Legnano»), combattuta il 29 maggio 1176 nei pressi della città omonima, che vide la Lega Lombarda vittoriosa sull'esercito imperiale di Federico Barbarossa. La battaglia di Legnano pose fine al tentativo di egemonizzazione dell'Italia settentrionale da parte dell'imperatore tedesco. Legnano, grazie alla storica battaglia, è l'unica città, oltre a Roma, a essere citata nell'inno nazionale italiano.
Nella stessa strofa è citato anche "Ferruccio" («Ogn'uom di Ferruccio / ha il core, ha la mano»), ovvero Francesco Ferrucci (noto anche come "Francesco Ferruccio"), l'eroico condottiero al servizio della Repubblica di Firenze che fu sconfitto nella battaglia di Gavinana (3 agosto 1530) dall'imperatore Carlo V d'Asburgo durante l'assedio della città toscana. Ferrucci – prigioniero, ferito e inerme – venne poi giustiziato da Fabrizio Maramaldo, un soldato di ventura italiano che combatteva per l'imperatore. Prima di morire, Ferrucci rivolse con disprezzo a Maramaldo le celebri parole: «Vile, tu uccidi un uomo morto!». In seguito il sostantivo "maramaldo" verrà associato a termini quali "vile", "traditore" e "fellone".
Nella quarta strofa si fa anche cenno a Balilla («I bimbi d'Italia / si chiaman Balilla»), il giovane da cui originò, il 5 dicembre 1746, con il lancio di una pietra a un ufficiale, la rivolta popolare del quartiere genovese di Portoria contro gli occupanti asburgici durante la guerra di successione austriaca. Questa rivolta portò poi alla liberazione della città ligure. Furono questi versi di Mameli, probabilmente, a ispirare il nome dell'Opera nazionale balilla, ossia dell'ente istituito dal fascismo che inquadrava, tra i propri ranghi, i giovani italiani dai 6 ai 18 anni.
Nella stessa strofa si accenna anche ai Vespri siciliani («Il suon d'ogni squilla / i Vespri suonò»), l'insurrezione avvenuta a Palermo nel 1282 che diede avvio a una serie di scontri chiamati "guerre del Vespro". Queste guerre portarono poi alla cacciata degli angioini dalla Sicilia. Per "ogni squilla" Mameli intende dire "ogni campana", facendo riferimento agli squilli di campane avvenuti il 30 marzo 1282 a Palermo, con i quali il popolo fu chiamato alla rivolta contro gli angioini dando così inizio ai Vespri siciliani. Le campane che chiamarono il popolo all'insurrezione furono quelle del vespro, ossia quelle della preghiera del tramonto, da cui deriva il nome della rivolta. 

La quinta strofa

«Son giunchi che piegano
Le spade vendute
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute
Il sangue d'Italia
Il sangue Polacco
Bevé, col cosacco
Ma il cor le bruciò»

La quinta strofa è invece dedicata all'Impero austriaco in decadenza. Nel testo si fa infatti riferimento alle truppe mercenarie asburgiche («Le spade vendute»), di cui la monarchia asburgica faceva ampio uso. Esse – secondo Mameli – sono "deboli come giunchi" («Son giunchi che piegano») dato che, combattendo solo per denaro, non sono valorose come i soldati e i patrioti che si sacrificano per la propria nazione. La presenza di queste truppe mercenarie, per Mameli, ha indebolito l'Impero austriaco.
Nella strofa si fa anche accenno all'Impero russo (nell'inno chiamato «il cosacco») che partecipò, insieme all'Impero austriaco e al Regno di Prussia, alla fine del Settecento, alla spartizione della Polonia. È quindi presente un richiamo a un altro popolo oppresso dagli austriaci, quello polacco, che tra il febbraio e il marzo del 1846 fu oggetto di una violenta repressione ad opera dell'Austria e della Russia.
Con i versi «Già l'Aquila d'Austria / le penne ha perdute. / Il sangue d'Italia, / il sangue Polacco, / bevé, col cosacco, / ma il cor le bruciò» Mameli intende quindi dire che il popolo italiano e quello polacco minano dall'interno l'Impero austriaco in decadenza, come conseguenza delle repressioni patite e per via delle truppe mercenarie che indebolivano l'esercito imperiale austriaco. Il testo fa riferimento all'aquila bicipite, stemma imperiale asburgico. La quinta strofa del Canto degli Italiani, dai forti connotati politici, fu inizialmente censurata dal governo sabaudo per evitare attriti con l'Impero austriaco. 

La sesta strofa

«Evviva l'Italia
Dal sonno s'è desta
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa
Dov'è la vittoria?!
Le porga la chioma
Ché schiava di Roma
Iddio la creò»

La sesta ed ultima strofa, che non viene quasi mai eseguita, comparve nelle edizioni stampate dopo il 1859 in aggiunta alle cinque definite da Mameli nella scrittura originaria del canto (Mameli morì il 6 luglio 1849 durante la difesa della Repubblica Romana) e preannuncia, con gioia, l'unità d'Italia («Evviva l'Italia, / dal sonno s'è desta»). La strofa prosegue chiudendo il canto con gli stessi tre versi che concludono la quartina della strofa iniziale («Dell'elmo di Scipio, / s'è cinta la testa. / Dov'è la Vittoria? / Le porga la chioma, / ché schiava di Roma, / Iddio la creò»).



La musica




Il componimento musicale di Novaro è scritto in un tipico tempo di marcia (4/4) nella tonalità di si bemolle maggiore. Ha un carattere orecchiabile e una facile linea melodica che semplifica la memoria e l'esecuzione.
Per contro, sul piano armonico e ritmico, la composizione presenta una maggiore complessità, che si evidenzia specialmente dalla battuta 31, con l'importante modulazione finale nel tono vicino di mi bemolle maggiore, e con la variazione agogica dall'Allegro marziale iniziale a un più movimentato Allegro mosso, che sfocia in un accelerando. Questa seconda caratteristica è ben riconoscibile soprattutto nelle più accreditate incisioni della partitura autografa.
Da un punto di vista musicale, il brano si divide in tre parti: l'introduzione, le strofe e il ritornello.
L'introduzione
L'introduzione è formata da dodici battute, contraddistinte da un ritmo dattilico che alterna una croma a due semicrome. Le prime otto battute presentano una successione armonica bipartita tra si bemolle maggiore e sol minore, alternati ai rispettivi accordi di dominante (fa maggiore e re maggiore settima). Questa sezione è solo strumentale. Le ultime quattro battute, introducendo il canto vero e proprio, tornano a si bemolle.
Le strofe e il ritornello
Le strofe attaccano dunque in si bemolle e sono caratterizzate dalla ripetizione della stessa unità melodica, replicata in vari gradi e a differenti altezze. Ogni unità melodica corrisponde a un frammento del senario mameliano, il cui ritmo enfatico entusiasmò Novaro, che lo musicò secondo il classico schema di dividere il verso in due parti («Fratelli / d'Italia / l'Italia / s'è desta»).
Si nota però anche una scelta insolita, poiché al ritmo anacrusico non corrisponde l'usuale salto di un intervallo giusto: al contrario, i versi «Fratelli / d'Italia» e «dell'elmo / di Scipio» recano ognuno, all'inizio, due note identiche (fa o re a seconda dei casi). Ciò indebolisce in parte l'accentazione della sillaba in battere a vantaggio di quella in levare, e produce uditivamente un effetto sincopato, contrastando la naturale successione breve-lunga del verso piano.
Sul tempo forte dell'unità melodica di base si esegue un gruppo diseguale di croma puntata e semicroma.
\relative f' { \clef treble \time 4/4 \key bes \major r2 r4 f4 f8. g16 f4 r4 d'4 d8. ees16 d4 r4 d4 f8. ees16 d4 r4 c4 d8. c16 bes4 r4 } \addlyrics { Fra -- tel - li d'I -- ta - lia, l'I -- ta - lia s'è de - sta }

Alcune riletture musicali del Canto degli Italiani hanno inteso dare maggior risalto all'aspetto melodico del brano, e hanno perciò ammorbidito questa scansione ritmica avvicinandola a quella di due note della stessa durata (crome).
\relative f' { \clef treble \time 4/4 \key bes \major r2 r4 f4 f8 g8 f4 r4 d'4 d8 ees8 d4 r4 d4 f8 ees8 d4 r4 c4 d8 c8 bes4 r4 } \addlyrics { Fra -- tel - li d'I -- ta - lia, l'I -- ta - lia s'è de - sta }

Alla battuta 31, ancora con una scelta insolita, la tonalità cambia in mi bemolle maggiore fino al termine della melodia, cedendo solo alla relativa minore nell'esecuzione della terzina «Stringiamci a coorte / siam pronti alla morte / l'Italia chiamò», mentre il tempo diventa un Allegro mosso. Anche il ritornello è caratterizzato da un'unità melodica replicata più volte; dinamicamente, nelle ultime cinque battute esso cresce d'intensità, passando da pianissimo a forte e a fortissimo con l'indicazione crescendo e accelerando sino alla fine.