Comunichiamo che la Sede di V. Perotti 15 è aperta al pubblico tutti i martedì e giovedì pomeriggio, dalle 15:00 alle 18:00. Vi aspettiamo!

Oggi nel 1985, Messner e Kammerlander sulla vetta dell’Annapurna dalla parete NW

Il 24 aprile 1985 Reinhold Messner e Hans Kammerlander conquistano la vetta dell’Annapurna (8091m), tracciando una nuova via sull’ancora inviolata parete NW.

Messner
Reinhold Messner durante la prima ascensione della parete NW dell’Annapurna

L’impresa costituì la dodicesima scalata in assoluto sull’Annapurna e riuscì poco prima che le condizioni meteorologiche peggiorassero improvvisamente. I due scalatori raggiunsero la vetta dopo 5 giorni di salita e durante la discesa si ritrovarono coinvolti in un’insidiosa tempesta. La parete, già di per sé pericolosissima, si trovava sotto ad una coltre di neve e per gli altri membri della spedizione le condizioni erano talmente proibitive che decisero di interrompere l’impresa. Tuttavia, la determinazione di Kammerlander e Messner permise loro di toccare la vetta appena in tempo, dopo aver aperto una nuova difficilissima via a destra dell’itinerario Troillet-Steiner. 

14 ottomila
ecco chi li ha fatti, con e senza ossigeno

Ogni volta che si parla di 14 ottomila degli alpinisti li hanno saliti, scoppia la smania delle statistiche. Quanti sono gli alpinisti da primato, quali hanno salito con e senza ossigeno, quanti italiani e quanti stranieri. Una confusione alimentata dalla stampa generalista che spesso fa riferimento a liste costruite “a memoria” senza verificare le statistiche ufficiali. Che invece esistono. Eccole: ve le riproponiamo per soddisfare ogni curiosità in merito.

Fino ad oggi, sono 28 gli alpinisti al mondo che possono vantare la salita di tutti i 14 ottomila. Di questi, solo 12 hanno saputo salirli senza ossigeno; in ordine cronologico sono: Reinhold Messner, Erhard Loretan, Juanito Oiarzabal, Alberto Inurrategi, Ed Viesturs, Silvio Mondinelli, Juan Vallejo, Denis Urubko, Veikka Gustafsson, Joao Garcia, Gerlinde Kaltenbrunner e Maksut Zhumayev.

Il primo, indiscutibile, record è di Reinhold Messner, che ha salito tutti i 14 ottomila, tutti senza ossigeno e molti per vie nuove. Li ha iniziati nel 1970 e li ha conclusi nel 1986. Tra gli alpinisti italiani, l’unico ad eguagliare il primato di Messner, salendo i 14 ottomila senza ossigeno, è stato Silvio “Gnaro” Mondinelli, che ha impiegato 14 anni a completare la collezione, dal 1993 al 2007. Mario Panzeri, di cui si parla nelle recenti cronache alpinistiche, segue a ruota Messner e Mondinelli: ha salito 13 ottomila senza ossigeno e sta tentando di salire il 14esimo in queste settimane (il Dhaulagiri).

Altri italiani che hanno salito i 14 ottomila, ma usando l’ossigeno su alcune cime, sono Sergio Martini e Abele Blanc. Secondo le cronache, Martini ha usato l’ossigeno su Everest e Kanchenjunga, mentre Blanc solo sul Kangchenjunga. Se è vero che c’è un abisso fra il salire gli ottomila con e senza ossigeno, è anche doveroso sottolineare come le prestazioni di Martini e Blanc siano degne del massimo rispetto, visto che ne hanno fatto uso solo su una o due cime.

Tra i 28 alpinisti che hanno salito i 14 ottomila ci sono parecchi che hanno fatto uso regolare di ossigeno (perlopiù i coreani). L’importanza dell’uso o meno di ossigeno supplementare, spiegata da autorevoli ricerche medico-scientifiche, è confermata anche dal fatto che molti alpinisti hanno voluto ripetere la salita di alcuni ottomila, fatta la prima volta con ossigeno, per poter vantare la collezione completa senza ossigeno (tra questi Oiarzabal, Gustafsson, Blanc).

Tra gli italiani c’è da citare anche Fausto De Stefani, che si è autoproclamato salitore di tutti i 14 ottomila senza ossigeno, ma non viene ricompreso nelle classifiche ufficiali perchè la cima del Lhotse gli è stata contestata. De Stefani dichiarò di aver salito il Lhotse nel 1997, ma quel giorno ci fu una tempesta: nè le foto nè i riferimenti forniti erano chiari. Un altro alpinista, qualche giorno dopo, smentì la salita e dichiarò di aver visto le orme degli italiani arrestarsi prima della cima. E così, la salita non fu accettata dalle classifiche ufficiali.

Per quanto riguarda le donne, il primato cronologico non corrisponde a quello “di merito” come per Messner. La prima a salirli tutti e 14 è stata la coreana Miss Oh, ma le è stata contestata la cima del Kangchenjunga. E’ da segnalare, inoltre, che ha usato diverse volte l’ossigeno. Dopo di lei è arrivata Edurne Pasaban, che li ha saliti tutti e 14 usando l’ossigeno su Everest e Kangchenjunga, e infine l’austriaca Gerlinde Kaltenbrunner, l’unica donna ad averli saliti senza ossigeno.

Certamente da segnalare l’incredibile impresa di Jerzy Kukuczka che su 14 ottomila saliti, vanta 4 invernali e 9 vie nuove (ossigeno usato solo aprendo la via nuova sull’Everest). Ha compiuto l’impresa nell’arco di tempo più breve: solo otto anni, dal 1979 al 1987.

Di seguito una tabella redatta dallo statistico tedesco Eberhard Jurgalski per 8000ers.com, sito che raccoglie informazioni storiche sull’alpinismo degli 8000 basandosi anche sui tabellari di Mrs. Elizabeth Hawley, che ha creato il primo e unico database delle salite himalayane della storia.


 

L'impresa di Messner


TRENTASEI ANNI — Trentasei anni sono trascorsi dunque fra il nuovo presente da regista di film e quella che fu la seconda vita di Messner: fra il 1970 e il 1986 colui che era stato negli Anni 60 uno dei più forti alpinisti classici sulle Alpi - autore di centinaia di prime ascensioni in Dolomiti o sul Bianco, spesso in solitario e anche in invernale - era stato capace di salire per ben 18 volte in vetta a un Ottomila. Non avete letto male: 18, perché come vedremo aveva fatto il bis su 4 di quelle montagne. 

PRIMO CAMBIO — Quella nuova specializzazione all’alta quota era stata per lui una scelta obbligata: infatti, all’esordio in Himalaya l’allora 26enne altoatesino aveva riportato gravi congelamenti alle dita di entrambi i piedi nella drammatica discesa sul versante Ovest del Nanga Parbat, salito insieme al fratello Günther per una nuova e difficilissima via sulla parete più alta del Mondo, la Rupal, 4500 metri di dislivello. Impossibilitati a scendere da dove erano saliti, i due fratelli affrontarono la per loro sconosciuta parete Diamir, aprendo involontariamente una nuova via lungo lo Sperone Mummery. Ma al termine delle difficoltà Günther fu vittima di una valanga. A Reinhold, sopravvissuto a quell’odissea di cinque giorni senza nulla da bere, mangiare e senza alcunché per ripararsi, furono amputate sette dita dei piedi. Per questo gli era divenuto impossibile tornare a sfidare la verticale delle grandi pareti alpine e i gradi di difficoltà più estremi. Ma, deciso a continuare a scalare, puntò con successo crescente agli Ottomila.
 

NO OSSIGENO — E sulle 14 montagne più alte della Terra Messner ha portato novità importanti e decisive. Anche più di quella, pur clamorosa, che maggiormente ha contribuito a renderlo famoso: essere riuscito per primo a salire, insieme all’amico Peter Habeler, austriaco, l’Everest senza utilizzare le bombole con l’ossigeno. Era il 1978 e allora la scienza riteneva impossibile la sopravvivenza di un alpinista nell’aria estremamente rarefatta degli 8850 metri della mitica montagna al confine fra Nepal e Tibet. In realtà già prima, sempre in cordata con Habeler, Messner aveva realizzato una impresa altrettanto importante: la salita integrale di un Ottomila in “stile alpino”, cioè senza campi precedentemente preparati e senza alcun tipo di aiuto, portandosi tutto il necessario nello zaino, dal campo base alla vetta. Lo fecero nel 1975 aprendo una nuova via del versante Nord-Ovest del Gasherbrum I. Per l’italiano era il terzo Ottomila: infatti nel 1972 aveva salito il Manaslu, anch’esso per una nuova via. Ma ancora, come al Nanga Parbat, nell’ambito di una spedizione tradizionale, cioè nello stile che i tedeschi chiamano “assedio”, quello usato nell’epoca della conquista dei giganti della Terra: campi alti, corde fisse, utilizzo di portatori in alta quota. Uno stile col quale Messner aveva deciso di non aver più a che fare. Fece eccezione solo per dimostrare con i fatti che anche in cima all’Everest le bombole non erano necessarie.
 

SOLITARIO — E subito dopo aver smentito gli scienziati, sempre nel 1978 stupì nuovamente il mondo dell’alpinismo spostandosi in Pakistan e andando a salire da solo, senza alcun aiuto, il Nanga Parbat. Per vie nuove sia in salita sia in discesa e proprio sul versante Diamir dove era morto suo fratello e dove anche lui era sopravvissuto per miracolo. Ci aveva provato già due volte negli anni precedenti, ma senza trovare il coraggio di esorcizzare i tristi ricordi e di affrontare la salita. A quel punto era pronto per il nuovo exploit: nel 1980, dopo aver salito nel 1979 anche il K2 (con il tedesco Michael Dacher), eccolo di nuovo in cima all’Everest, ma questa volta da solo, scalando il versante tibetano, quello Nord, lungo una via parzialmente nuova, che, da quella normale sulla Cresta, taglia e risale il Canalone Norton fino in vetta. Una salita sulle tracce storiche dei pionieri britannici che avevano osato tentare negli Anni 20 proprio su quel versante Nord. Una salita che Messner aveva osato fare in agosto, cioè durante il monsone, quando non c’era nessuno non soltanto sulla montagna ma neanche ai campi base. Nessuno tranne lui. Un’esposizione al pericolo davvero totale. Tecnicamente, non una salita di grande difficoltà, ma da Messner stesso riconosciuta come la sua più faticosa: da solo a fare traccia nella neve fresca per tre giorni più i due del ritorno.
 
RIVOLUZIONARIO — Sono passati i decenni e c’è chi ignora la storia o, peggio, chi pretende di riscriverla a piacimento, dimenticando l’importanza di fatti che hanno impresso svolte decisive. L’Everest senza ossigeno e soprattutto lo stile alpino integrale, portato all’estremo appunto con le solitarie di Nanga Parbat ed Everest, avevano cambiato in brevissimo tempo l’approccio ai 14 giganti della Terra. In pochi anni c!era stata una vera rivoluzione, perché con le spedizioni sempre più leggere sia Nepal sia Pakistan avevano potuto moltiplicare i permessi di salita. Prima di Messner non ne veniva dato più di uno a stagione per parete o addirittura per montagna. Le possibilità di salire un Ottomila erano quindi assai limitate: i posti nelle grandi spedizioni - poche e quasi tutte nazionali - erano per forza di cose contati. Con lo stile alpino basta molto meno materiale. E si può organizzare da soli una spedizione, proprio come faceva Messner, che se le autofinanziava grazie a conferenze, libri e sponsorizzazioni, legate ai materiali (tende, vestiario, alimentazione) che gli servivano, sempre più evoluti in base alle sue esigenze e alle sue indicazioni.
 
ANCORA RECORD — Ma tutto ciò non era fatto in funzione della “corsa agli 8000”, come si cerca di far credere oggi. Fino a tutti gli Anni 70 il sogno di collezionarli era semplicemente impossibile. Nel 1981, caduto anche uno degli impedimenti più evidenti con l’apertura della Cina alle spedizioni allo Shisha Pangma (il solo 8000 che sorge totalmente in territorio tibetano), forse Messner, dopo averlo salito con Friedl Mutschlechner, ci fa per la prima volta un pensierino. Ma è soltanto dall’anno dopo che elabora davvero il progetto della collana degli 8000: dopo aver collezionato un nuovo record, quello di tre Ottomila in un solo anno. Prima il Kangchenjonga, di nuovo con Mutschlechner, poi in successione rapida Gasherbrum II e Broad Peak con due alpinisti pakistani, Nazir Sabir e Sher Khan. Ma ancora Messner sta soltanto esplorando i propri limiti, non sta facendo la “corsa”. Infatti dopo aver salito l’anno dopo il Cho Oyu per una via parzialmente nuova insieme a Dacher e a un nuovo compagno di cordata, Hans Kammerlander, nel 1984 si dedica a un progetto che non allarga la sua collezione. Ma che gli porta un nuovo record: insieme a Kammerlander realizza la prima traversata di due Ottomila, i Gasherbrum. Salito il GII la cordata altoatesina, procedendo sempre in stile alpino, punta direttamente al GI senza ridiscendere al campo base. Un’impresa di resistenza irripetuta anche a tre decenni di distanza. E dire che ci fu chi cercò subito di sminuirne la portata.
 
19 ottobre 2004 Messner in Nepal posa con alcuni bambini dell’orfanotrofio di Kathmandu

LA CONCLUSIONE — Il seguito passa anche per due tentativi di salite invernali non riusciti (fino a quel momento c’era stata solamente quella dell’Everest a opera dei polacchi Wielicki e Cichy nel 1980), poi nell’85 una via nuova sull’Annapurna (l’unico 8000 che fin lì Messner non aveva ancora tentato), salito insieme a Kammerlander e, ancora con lui, anche il Dhaulagiri. A quel punto a Messner mancano solo Makalu e Lhotse, entrambi già tentati invano due volte. Ma nel frattempo anche altri alpinisti hanno approfittato dei grandi cambiamenti e hanno inanellato Ottomila. All’inizio del 1986 la situazione è questa: Messner è a quota 12. Il polacco Jerzy Kukuczka, dopo i tre Ottomila del 1985, salendo in invernale il Kangchenjonga si è appena portato a quota 10 mentre gli svizzeri Erhard Loretan e Marcel Rüedi sono a 8 come il tedesco Dacher. Kukuczka ha salito il suo primo 8000 nel 1979 (Lhotse), Loretan addirittura nel 1982 (Nanga Parbat). Rüedi, che ha iniziato col Dhaulagiri nel 1980, dopo aver salito anche il Cho Oyu muore nell’autunno di quel 1986 scendendo dalla vetta del Makalu. E a trovarlo, seduto nella neve, è proprio Messner che sta salendo a raggiungere il suo tredicesimo 8000, ancora una volta con Kammerlander e con Mutschlechner. Nel frattempo Kukuczka salendo anche una pericolosissima (e mai ripetuta) via sul K2 insieme a Tadeusz Piotrowski (morto nella discesa sulla via normale) si è portato a quota 11.
 
Mutschlechner (sinistra) Kammerlander (centro) e Messner a Kathmandu pochi giorni prima Messner aveva scalato il Lhotse con Kammerlander

LHOTSE 16 OTTOBRE 1986 — Ma la sfida è presto chiusa, quando dal Makalu Messner con i suoi due compagni altoatesini si porta subito al campo base dell’Everest per affrontare la via normale del Lhotse. Oggi quel campo base è normalmente affollato da decine di spedizioni commerciali con centinaia di clienti in attesa di salire in fila indiana attaccati alle corde fisse. Allora c’era una sola altra spedizione presente, quella svizzera impegnata sull’Everest. E, sulle sue tracce, attendeva di salire anche il francese Eric Escoffier, fra i primi interpreti della velocità in alta quota, Approfittando dellavuole traversare deserti e Poli. La “corsa agli 8000” l’ha resa possibile lui, ma alla fine sono stati gli altri a costringerlo a finirla. E Mutschlechner e Kammerlander sono i compagni che gli hanno permesso di farcela. Senza di loro, non sarebbe arrivato in fondo. La soddisfazione gli deriva proprio dal fatto di sentirsi finalmente libero, anche se pochi giorni dopo, appena arrivato a Kathmandu dove gli è stata organizzata una grande festa, non prometterà a sua madre, che glielo chiede ancora una volta, di non tornare più sugli Ottomila. E in effetti molti anni più tardi, nel 2000, tenterà una volta ancora il Nanga Parbat, per una via nuova e a oggi non ancora conclusa da alcuno. 
 
BILANCIO — All’arrivo al campo base è il meno esultante e contemporaneamente il più profondamente soddisfatto. Non esulta perché, come confessa subito, ormai da qualche tempo i suoi sogni sono altrove: vuole traversare deserti e Poli. La “corsa agli 8000” l’ha resa possibile lui, ma alla fine sono stati gli altri a costringerlo a finirla. E Mutschlechner e Kammerlander sono i compagni che gli hanno permesso di farcela. Senza di loro, non sarebbe arrivato in fondo. La soddisfazione gli deriva proprio dal fatto di sentirsi finalmente libero, anche se pochi giorni dopo, appena arrivato a Kathmandu dove gli è stata organizzata una grande festa, non prometterà a sua madre, che glielo chiede ancora una volta, di non tornare più sugli Ottomila. E in effetti molti anni più tardi, nel 2000, tenterà una volta ancora il Nanga Parbat, per una via nuova e a oggi non ancora conclusa da alcuno.

Con Walter Bonatti a Castel Firmiano nella sede centrale del Messner Mountain Museum

Commenti