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Il bisnonno di Internet era un militare ...


Storia

Nel 1958 il Governo degli Stati Uniti decise di creare un istituto di ricerca. L'istituto venne denominato ARPA (acronimo di Advanced Research Projects Agency) e il suo compito era ambizioso: cercare soluzioni tecnologiche innovative. Fra gli incarichi dell'Agenzia c'era quello di trovare una soluzione alle problematiche legate alla sicurezza e disponibilità di una rete di telecomunicazioni.

Il progetto venne sviluppato negli anni '60 in piena Guerra fredda con la collaborazione di varie università americane, e, secondo molte fonti, aveva lo scopo di costruire una rete di comunicazione militare in grado di resistere anche ad un attacco nucleare su vasta scala (questa idea deriva dagli studi che Paul Baran aveva iniziato nel 1959 alla RAND corporation sulle tecnologie di comunicazione sicura). Secondo altre fonti, invece, questa tesi è una leggenda alimentata da un articolo sul "Time" del 1993 di Philip Elmer-Dewitt.

Alle origini ARPAnet era una rete militare finalizzata allo scambio di informazioni, un sistema che doveva essere veloce e sicuro.

Nel 1969 fu pubblicata la prima RFC (Request For Comments).

Per tutti gli anni Settanta ARPAnet continuò a svilupparsi in ambito universitario e governativo, ma dal 1974, con l'avvento dello standard di trasmissione TCP/IP (Transmission Control Protocol/Internet Protocol), il progetto della rete prese ad essere denominato Internet.

È negli anni ottanta, grazie all'avvento dei personal computer, che un primo grande impulso alla diffusione della rete al di fuori degli ambiti più istituzionali e accademici ebbe il suo successo, rendendo di fatto potenzialmente collegabili centinaia di migliaia di utenti. Fu così che gli "utenti" istituzionali e militari cominciarono a rendere partecipi alla rete i membri della comunità scientifica, che iniziarono così a scambiarsi informazioni e dati, ma anche messaggi estemporanei ed a coinvolgere, a loro volta, altri "utenti" comuni. Nacquero in questo modo, spontaneamente, l'e-mail o posta elettronica, i primi newsgroup e di fatto una rete: Internet. 

Internet e World Wide Web, qual è la differenza?

Siamo abituati a utilizzare i termini “Internet” e “world wide web” come se fossero sinonimi, probabilmente perché entrambi hanno cominciato a diffondersi nelle nostre case durante gli anni ’90 ma in realtà si tratta di due cose distinte. 

Internet è una rete di comunicazione, un’infrastruttura tecnologica che connette vari terminali e permette di trasferire dati. Il World Wide Web, invece, è un protocollo che permette di trasferire dati sotto forma di ipertesto, in pratica è un servizio che sfrutta Internet per permetterci di navigare utilizzando link e indirizzi url. 

In un certo senso, Internet è la ferrovia sulla quale corrono possibili diversi servizi, tra cui il web (www o w3), i messaggi di posta elettronica (email), i trasferimenti ftp (File Transfer Protocol) e le moderne app.


Il web compie 32 anni, e il primo a festeggiare l'evento è - come deve essere - il suo papà, ovvero Tim Berners-Lee. L'inventore del World Wide Web ha visto crescere la sua creatura, e nel tempo è aumentata la preoccupazione (sua e non solo) che da opportunità la rete si potesse trasformare in un ambiente nelle mani di pochi e pieno di insidie.

Il "Nobel" dell'Informatica (insignito nel 2017 dell'Alan Mathison Turing Award) ha più volte richiamato l'attenzione sul rischio che realtà come Google e Facebook fagocitassero la rete intera, ed ha lanciato anche un appello per rendere il web migliore, libero da odio e violenza. Per questo motivo nel 2019 Berners-Lee ha proposto Contract for the Web, contratto da sottoscrivere per rispettare sulla rete princìpi di natura etica. Non solo: l'anno successivo ha contribuito alla nascita di Solid, piattaforma di archiviazione dei dati completamente open source creata per una gestione più equa e sicura dei dati personali.

Tutto questo, tuttavia, non basta: dopo 32 anni di (onorato?) servizio, il web ancora non è diffuso come dovrebbe. In questo tempo di pandemia si è dimostrato una vera e propria àncora di salvezza che ha consentito ai più giovani di continuare a studiare, e ai meno giovani di lavorare. Ed è proprio questa emergenza senza precedenti che ci ha fatto capire che serve un cambio di passo: "è tempo di reimmaginare per creare qualcosa di migliore", dice Tim Berners-Lee, trasformando la rete in uno strumento per la giustizia, per dare opportunità a tutti e per contribuire alla soluzione dei problemi.

32 anni di vita e ancora esiste il "Digital Divide"



É paradossale: da un lato si parla di giovani nativi digitali, dall'altro un terzo della popolazione mondiale più giovane non ha accesso a internet. In numeri, si parla di 2,2 miliardi di persone a cui vengono precluse possibilità come la didattica a distanza e la possibilità di restare in contatto con amici e parenti lontani. E se si ha la fortuna di essere online, il rischio è che ci si trovi davanti a contenuti fuorvianti, a disinformazione e persino a situazioni di abuso. Tutto sembra muoversi verso l'esclusione, quando è invece l'inclusione a dover essere ricercata.

Un giovane non connesso significa un'opportunità persa, dice il padre del web: così non si avrà mai la possibilità di condividere idee e innovazioni potenzialmente al servizio dell'umanità. Insomma, Berners-Lee continua a ribadire come l'accesso a internet debba essere considerato un diritto fondamentale alla stregua di altri: basterebbero 116 dollari per fornire agli esclusi gli strumenti di accesso alla rete, riporta un recente studio, per un investimento complessivo di 428 miliardi di dollari in 10 anni.

Senza contare poi il ritorno economico: un'altra ricerca ha stimato un incremento di 2 punti percentuali del PIL per ogni 10% di persone in più connesse alla rete. E se entro il 2030 tutti i Paesi in Via di Sviluppo avranno accesso alla banda larga si potranno ottenere addirittura benefici economici diretti per 8.700 miliardi di dollari.
 
Fonti: Varie

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